Il secondo LOCKDOWN; come lo stiamo vivendo? – Parola all’esperta!

Eccoci al nostro secondo “lockdown COVID”; solo l’idea ci faceva tremare, figuriamoci dire ad alta voce questo termine composito ed inglese, che alcuni fanno anche fatica ad esprimere correttamente. In effetti, cosa significa?

In italiano, il termine più corretto per tradurlo è “blocco” (eventualmente “isolamento”). Entrando nel merito dell’applicazione giuridica di un lockdown, il Governo può ricorrervi in veste di protocollo di emergenza.

Uno dei lockdown più — tristemente — noti della storia contemporanea, è quello del settembre 2001, a seguito dell’attacco alle Twin Towers. Tre giorni blocco dello spazio aereo civile americano.

Temo che il 2020 supererà il 2001 per distribuzione geografica, durata ma soprattutto impatto socio-economico di un “isolamento” che, a più riprese, sta significando: vite, economia, salute mentale e molto altro.

Sia chiaro, è inevitabile e forse l’unica soluzione ad un virus così intelligente da sopravvivere a tutto ma non possiamo ignorare le conseguenze di questo isolamento forzato e il come alcune persone lo stiano vivendo.

Per questo, ho deciso di farmi aiutare da un’esperta, la Dottoressa Giulia Balistreri, che darà risposte ad alcune domande che da mesi affollano la mia mente e forse anche la vostra.

Giulia Balistreri, è Psicologa abilitata dal 2017 e Psicoterapeuta in formazione ad orientamento psicoanalitico presso la SPP a Torino.

Si occupa di prevenzione, sostegno e benessere psicologico per adulti e minori. Troverete i suoi contatti in calce a questo articolo.

Bando agli indugi, introduciamo la nostra esperta.

Innanzitutto Giulia, vorrei chiederti quali credi siano le maggiori differenze tra il primo lockdown e quello attuale?

  • In questa riflessione entrano in gioco diverse componenti, tra le quali il peso dei sacrifici che siamo stati chiamati a compiere, le ripercussioni economiche, il divario sociale che ne è ulteriormente conseguito, il cambiamento delle relazioni che abbiamo vissuto, della nostra quotidianità. La scorsa primavera è stata caratterizzata dalla prima ondata, che ha coinciso inevitabilmente con la scoperta anche di cosa significhi vivere e dover fronteggiare una pandemia. Ha colto la popolazione mondiale impreparata, si è delineata come un evento traumatico portando con sé morte, dolore, sofferenza e quel vissuto di impotenza che fa sentire bloccati. Poi è arrivata l’estate, portando una ventata di apparente spensieratezza, l’illusione che fosse finita e si potesse proseguire sulla via della nostra “normalità”. E invece è tornato, anzi ci ha ricordato di non esser mai andato via, e quindi questa volta siamo alle prese con una ripetizione di qualcosa che speravamo fosse alle nostre spalle, con tutto quello che ne consegue. 

Comprendo quello che vuoi dire, a questo punto mi sorge spontaneo un dubbio. Nell’ambito dell’isolamento, cosa può risultare più problematico in una persona che gode di una salute mentale stabile ed una che si trova invece in una condizione di maggiore fragilità?

  • La condizione dell’isolamento ha avuto, ha ed avrà sicuramente delle ripercussioni su ognuno di noi, con sfumature diverse sulla base delle storie e delle precedenti esperienze di vita, della rete sociale che ci circonda, della resilienza di cui possiamo disporre e che viene messa a dura prova da questa pandemia che ha sconvolto la vita come la conoscevamo. Come possiamo adattarci ad una vita diversa da quella che conoscevamo, tenendo con noi e dentro di noi ciò che ce la ricorda e ci permetterà di riproporla non appena sarà possibile? Se qualcosa di importante è stato perduto, possiamo lasciarlo andare tenendone un pezzetto dentro di noi, che ce lo ricorda, e, in questo caso, potrebbe aiutarci a “piantare un nuovo semino” nella nuova vita. Infatti, siamo tutti stati chiamati a dover rivedere e modificare le nostre abitudini, le nostre vite, a confrontarci con la solitudine, con il limite che ci è stato imposto in nome della vita, della protezione di noi stessi e degli altri. Impresa non da poco, in una società e in cultura, quella Occidentale, in cui la tendenza è quella di andare verso l’individualismo, a spingerci oltre i limiti, senza vederli e facendoci sostare in una condizione di finta onnipotenza, come il virus ci ha inevitabilmente mostrato. Da qui ne deriva che coloro che soffrivano già per una fragilità psicologica, soprattutto all’interno dello spettro ansioso-depressivo, potrebbero essere più vulnerabili in quanto l’angoscia che permea questo momento storico fa leva su difficoltà “pre-esistenti”, soprattutto se non sostenuti da professionisti della salute mentale (psicologi, psicoterapeuti e psichiatri). Altre persone, ad esempio, potranno invece sentirsi “sollevate” in questo momento proprio alla luce del loro specifico funzionamento psichico: il nemico che temevano abitasse dentro di loro adesso è facilmente collocabile all’esterno; altri ancora, conducendo da sempre una vita molto ritirata e scandita da rituali legati all’igiene, potranno sentirsi più vicini agli altri dal momento che tutta la comunità è stata a chiamata ad adeguarsi a pratiche da loro svolte già da tempo. Altro aspetto drammatico di questo momento, è l’aumento di casi di maltrattamento e violenza domestica, a causa dell’intensificarsi della convivenza tra le mura di casa e la sospensione di relazioni amicali e familiari che prima potevano fungere da sostegno per molte donne vittime di violenza. Altro fattore rilevante è lo smart working, che porta ad una prolungata e serrata convivenza: prima il lavoro poteva assolvere anche la funzione di “tenere lontana” la coppia, stemperando la violenza. Per le donne che sentono di essere in pericolo vorrei ricordare che non sono sole: il numero verde 1522 dedicato è sempre attivo, nonché i numeri pubblici di emergenza (112,113, 118). Ricordiamoci che chiedere aiuto è un gesto di amore, cura e responsabilità per se stessi, non dobbiamo temere di sembrare deboli o vedervi una sconfitta.

Fino ad ora ci hai dato davvero molti spunti su cui riflettere. Ti ringrazio. Quello che vorrei chiederti in veste di esperta, è qualcosa che mi tormenta sin dall’inizio della pandemia. Forse è più una curiosità, un volermi addentrare nella psiche umana, pur non essendo in grado di farlo. Spero mi potrai aiutare! Cosa credi porti una persona ad ignorare il pericolo reale del virus e quindi ad evitare le norme basilari di protezione individuale?

  • In una chiave di lettura psicologica, il fatto di ignorare il pericolo concreto del contagio può essere considerato quale esito di una specifica difesa attivata dalla nostra psiche nel momento in cui ci sentiamo sovrastati da una realtà insopportabile in quanto troppo angosciante: il diniego. Tale meccanismo difensivo permette di escludere dalla consapevolezza una realtà inaccettabile, seguendo la logica per cui “se –ad esempio un’emozione negativa, un evento spiacevole o in questo caso, un pericolo- non c’è, allora non esiste”. Ci tengo a precisare che tutti i meccanismi di difesa svolgono una funzione protettiva, adattiva, ma quando si ricorre in modo costante e non flessibile ad una ristretta gamma di difese, allora subentra una rigidità che può portare a sviluppare problematiche psichiche, credenze e comportamenti che mettono a rischio l’incolumità e la salute delle persone. Come in questo caso, quando negare la realtà significa esporsi (ed esporre la comunità) al contagio: se non si vede un pericolo, come nelle logiche dei negazionisti, non lo si può fronteggiare, e per poterlo fare è necessario entrare in contatto con uno stato d’animo spiacevole quale è la paura. A tal proposito vorrei sottolineare il ruolo evolutivo della paura: emozione primaria, arcaica, che ognuno di noi conosce nelle diverse intensità che può assumere, ci segnala un pericolo, ci offre la possibilità di proteggerci e sopravvivere. Solo dal contatto con la paura e dalla consapevolezza della presenza di un pericolo possiamo cercare dentro di noi il coraggio per fronteggiare “il nemico”, senza questo importante tassello si rischia di avvicinarsi al polo opposto dell’incoscienza.

Giulia ti ringrazio, hai sicuramente delineato un quadro molto più chiaro della situazione che stiamo vivendo.

Non possiamo combattere ciò che non conosciamo.

Io credo che la consapevolezza sia la prima arma per sconfiggere ciò che ci spaventa. Siate più consapevoli, informatevi, chiedete aiuto. Solo così possiamo farcela!

Valeria Vaccaro e la Dottoressa Giulia Balistreri

Breakfast Club – La mia recensione su Malastrana VHS

“Sembra, quindi, che i nostri giovani protagonisti siano tutti profondamente turbati dal rapporto con una generazione di genitori problematici. Maneschi, assenti, calcolatori, troppo esigenti. Ad un certo punto iniziano a chiedersi se anche loro diventeranno così. L’istinto li porta a rispondere di no, chi con lo sguardo, chi a voce. Ma una saggia Allison, con le lacrime agli occhi, dice che è già successo e aggiunge: «Quando cominci a crescere, il tuo cuore muore.»”.

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